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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
La vicenda della casa di Montecarlo passata di proprietà dal partito di Fini al cognato di Fini ha parecchi effetti collaterali “sistemici” che ci sbattono sul volto una dura verità. Dalla vicenda di tangentopoli gli uomini politici italiani e le loro organizzazioni non hanno compreso due lezioni importanti:
1. la delegittimazione dell’avversario contribuisce alla delegittimazione del sistema;
2. se non ci si propone di rimuovere le cause di sistema che determinano gli illeciti, la critica rimane a un livello moralistico se non di faida e tutto viene ricondotto a questioni personali.
Ma ciò che è grave è che questa spirale perversa aumenta la diffusione della convinzione che gli uomini politici si muovano in un ambiente opaco dove arroganza e impunità si rafforzano. La gente comune ha chiaro che i politici non sono diversi da loro ma capisce che non corrono i loro stessi rischi e approfittano di regole che fanno per gli altri e non per sè. E su questo pensiero “ingenuo” che si fondano le “convinzioni forti” che hanno sostenuto la Lega prima di tangentopoli e Berlusconi dopo! E qui che mette radici la convinzione che l’arbitrio del mercato (con le ingiustizie che tutti attribuiscono alla mano invisibile) sia preferibile all’arbitrio dei politici (con le ingiustizie che tutti vivono nella vita di tutti i giorni).
Un esempio. Tutti sanno (a cominciare dai notai che dovrebbero essere i garanti dello Stato) che gli immobili si pagano in parte in nero. Che lo facciano anche i politici è ovvio ma delegittima le loro azioni contro chi lo fa.
Non interessa in questa sede discettare se, anzi quanto l’affare Scajola sia imparagonabile a l’affare Fini, interessa mettere in luce il comportamento autolesionistico dei soggetti politici italiani che da un lato soffrono e denunciano la loro mancanza di credibilità e dall’altro contribuisco a picconarla con comportamenti irresponsabili. E sono irresponsabili sia le urla che caratterizzano la faida interna (che chiamare scontro politico pare generoso) sia i silenzi dell’opposizione, la sua incapacità di incalzare un sistema malato con proposte credibili di interventi curativi. Così l’effetto diventa negativo per tutti i soggetti impegnati in politica. I sentimenti qualunquistici e antipolitici, quelli che portano consensi a chi può credibilmente apparite fuori dalle camarille dei vari palazzi, si nutrono di queste evidenze.
Le vere ragioni della crescita di sentimenti antipolitici sta nei comportamenti dei politici non nella malevolenza o nell’incultura dei cittadini. Impressionante che nessuno in queste ora si renda conto che questa è la comunicazione (la narrazione, per essere chic) più importante che sta producendo il ceto politico italiano. Qualsiasi azienda attraversata da una crisi così profonda si porrebbe il problema di ridefinire la propria immagine, di ridarle credibilità, di ri-legittimare la sua ragione sociale. Ma i nostri politici non si vivono in termini di sistema. Ciascuno pensa per se e pensa di essere più furbo degli altri o di rafforzarsi delle debolezze altrui. Così in queste ore si sviluppa “vuoto politico”, quell’assenza di visioni e di credibili soluzioni che determinò il potere deflagrante di tangentopoli le cui conseguenze stiamo ancora pagando.
Stupisce che nessuno in queste ore avanzi una credibile proposta per fare pulizia nella vitale cerniera tra società e istituzioni che è rappresentate dalle forme organizzative delle rappresentanza, i partiti politici per intenderci. Basterebbe un messaggio semplice e credibile: abbiamo capito, bisogna cambiare e lo faremo facendo così, individuando bilanciamenti efficaci e chiamando in aiuto personalità davvero terze. Per ri-legittimarsi pienamente agli occhi dei cittadini, i partiti politici devono proporsi di conquistare “almeno” la credibilità e la affidabilità che hanno le imprese! Non è possibile che si chiedano alle imprese regole di trasparenza e correttezza che non trovano equivalente nelle organizzazioni politiche (a partire dai bilanci certificati e dalla Consob). Ed è ancor meno accettabile che chi impone regole agli altri non se ne dia. I partiti sono componenti essenziali della governance democratica e come tali vanno sottoposti a regole, leggi e controlli. Bisognerà pure applicare la Costituzione anche in questo delicato settore!
PS. Tenendo sempre presente il drammatico monito contenuto nella lettera di addio di Sergio Moroni: non fare leggi sapendo di non rispettarle o pensando già a come aggirarle.
Qualche giorno fa l'ottimo e volenteroso onorevole Palmieri, responsabile della comunicazione Internet del Premier, ha annunciato dalla sua pagina Facebook il prossimo sbarco su Twitter del Presidente Berlusconi. Questo è il secondo annuncio roboante, che fa seguito al primo in cui si annunciava la "discesa in campo 2.0" del Presidente del Consiglio, risolta poi mestamente con 5 risposte audio ad altrettante domande di militanti sul sito forzasilvio.it: per ascoltare le domande occorreva essere registrati e alle risposte del premier non c'era alcuna possibilità di commento o replica!.jpg)
Ora vedremo se dal ritorno dal G20 canadese, Berlusconi inizierà a delegare qualche collaboratore per informare a tambur battente tutti i suoi potenziali "followers" sulle attività e i risultati del suo Governo. Ritornando in Italia, oltre ai cinguettii, il nostro Presidente dovrebbe però concentrarsi anche su un altro tipo di suono, ben più sgradevole: ci riferiamo al frastuono simile alle gracchianti e assordanti vuvuzelas proveniente dal fiato dei suoi principali colleghi di governo. Sembra quasi che nel momento della difficoltà, ministri ed esponenti di primo piano della maggioranza, perdano qualsiasi razionalità comunicativa e si lascino andare a dichiarazioni il cui unico effetto nell'opinione pubblica è assai simile a quello degli spettatori tv davanti alle pestifere trombette sudafricane: cercare in ogni modo di abbassare il volume....
La deriva comunicativa è iniziata con l'ultima conferenza stampa dell'ex ministro Scajola e la memorabile frase sulla casa pagata a sua insaputa da ignoti, è proseguita con la leggiadra ammissione dell'onorevole Lunardi sui favori avuti dalla cricca "come persona e non come ministro" e, last but not least, si è (per ora) fermata alla reazione tragicomica del neo ministro "alle deleghe ignote", Brancher, dopo la levata di scudi sul suo fulminante legittimo impedimento: "c'è troppa cattiveria in Italia, se la prendono con me perché gli Azzurri (quelli con le braghe corte, ndr) sono stati cacciati dai Mondiali".
A questo punto, prima di gonfiare il petto per cinguettare sull'avanzamento del programma di governo - come fanno per altro già da tempo diversi governi dentro e fuori il vecchio continente - occorrerebbe una seria riflessione su come arginare questa moda delle "reazioni a trombetta". L'agenda del governo dei prossimi mesi è assai impegnativa e carica di decisioni contrastate e complesse, dall'iter parlamentare della manovra economica, all'individuazione dei siti per il nucleare, passando per le riforme da tempo annunciate e mai decollate: tutte misure che necessitano non solo un'attenta strategia politica ma anche una consapevole e riflessiva regia comunicativa. Insomma, il tempo per sperare di cavarsela in canotta, braghe corte e vuvuzela in bocca pare veramente scaduto...
La presentazione di “Presidente da vendere”, il nuovo libro di Jacques Séguéla, è stata un momento interessante di discussione sul tema della comunicazione politica.
Un’occasione, per il genio creativo, icona della pubblicità del ventesimo secolo, per ricordarci il suo credo: il leader si vende come una marca e un prodotto, ma anche per parlare delle trasformazioni epocali che la nostra società, diventata della conversazione, sta vivendo in quella che definisce una rivoluzione infostriale.
Un’analisi lucida di un uomo di quasi ottanta anni che identifica nel web e nella disponibilità di acceso, condivisione e contribuzione all’informazione, la chiave di svolta per la risoluzione dei grandi problemi del nostro tempo. Vendere un detersivo e un leader politico sono la stessa cosa.
Entrambe utilizzano le medesime regole e gli stessi mezzi di comunicazione per entrare in contatto con il loro pubblico (elettorato), e la differenza la fa il contenuto del messaggio e non il mezzo utilizzato.
In una campagna elettorale il leader politico però, rispetto all’azienda che promuove un detersivo, “vende” se stesso spendendo più risorse economiche, in un breve e particolare spazio temporale (le elezioni sono un momento topico per ogni democrazia) e cosa più importante, è consapevole che non potrà essere sostituito, in tempi brevi, con un altro candidato.
Queste caratteristiche, per il personaggio francese, hanno fatto sì che il mercato della comunicazione politica crescesse negli ultimi anni, sapendosi innovare e adattandosi, prima e meglio della pubblicità, alle novità del ventunesimo secolo.
Nella società della conversazione, i leader politici hanno capito la grandezza del web e del dialogo continuo con i loro elettori come, solo in un secondo momento, hanno saputo fare le marche di successo con i loro clienti (Apple e Steve Jobs in testa). Obama e Sarkozy, i migliori a cogliere l’importanza dell’interattività con l’elettorato, sono riusciti inoltre a far registrare un forte aumento di partecipazione al voto (in America nel 2008 c’è stato il record di affluenza alle urne e in Francia non votava l’80% dell’elettorato da tre decenni) dimostrando che il web può anche svolgere un ruolo riabilitativo della politica.
Per Séguéla, dunque, la sfida del nostro tempo sta nell’imparare a gestire i cambiamenti dettati dalla rivoluzione infostriale. Sta nel capire che Internet e l’informazione hanno preso il potere, un tempo in mano alla politica e all’economia (diventate “accessori”).Solo sfruttando le potenzialità della rete e della comunicazione, imparando a gestire gli aspetti immateriali (“Internet non ha un Presidente e non è quotata in borsa”) sapremo, dunque, liberarci del materiale del secolo passato e potremo recuperare una società altrimenti destinata al declino.

Un po' come avviene per le vetrine in occasione del primo giorno di saldi stagionali, le piattaforme digitali sono ormai prese d'assalto dalla classe politica e dai rappresentanti delle istituzioni nazionali e locali, in una corsa sfrenata a chi lo fa più social. Partecipazione dal basso, interazione, disintermediazione, libertà, democrazia elettronica: questi i tag che segnano l'attualità della comunicazione pubblica e politica italiana. Dalle Alpi all'Etna, passando per i palazzi romani, sembriamo tutti immersi in un loop 2.0 dove le novità si sprecano ma le innovazioni si contano su un palmo di mano e faticano a scardinare vecchie consuetudini e sistemi di potere consolidati.
Intendiamoci, la curva ascendente del livello di partecipazione pubblica resa possibile dalla diffusione delle reti digitali e, in special modo, dai social network, è tanto evidente quanto salutare. Il successo della prima manifestazione nazionale nata su Internet (il popolo viola), il sapiente utilizzo dei social network da parte di alcuni rappresentanti politici (Vendola, Rossi, Formigoni e il movimento 5 Stelle, solo per citarne alcuni) e il numero di contatti della trasmissione di contro informazione in diretta web (Rai per una notte) sono soltanto i segnali più spettacolari di un fenomeno in continua evoluzione, che vede a livello locale diverse sperimentazioni importanti.
Più partecipazione, dunque. Ma con quali conseguenze ed effetti sulla gestione della cosa pubblica? E qui la questione si complica, perché se i social network sembrano essere assai adatti ad attivare la partecipazione, siamo ancora molto lontani da consolidare e finalizzare questa voglia di coinvolgimento verso forme di governo partecipato. I successi di attivazione sopra citati non hanno ad oggi dimostrato la capacità di andare al di là di un singolo evento: la spaccatura del popolo viola il giorno dopo la manifestazione di Roma è assai significativa, cos come lo il tasso di abbandono dei social network da parte dei politici, una volta terminata la campagna elettorale.
Il vero nodo da sciogliere su cui anche la nostra comunità professionale è chiamata a interrogarsi sembra essere la preoccupante assenza di un'assunzione di responsabilità da parte delle élite rappresentative e culturali nel guidare questo processo, colmo di opportunità ma altrettanto carico di rischi. Certo, la disintermediazione informativa tipica dei social network permette di evitare tutti i passaggi che in passato hanno condotto ad un'opacità comunicativa tra emittente e ricevente ma "oggi in ognuno di noi si accatasta un'enorme ricchezza simbolica, che sovraccarica le enciclopedie personali e di conseguenza si ha ancora bisogno di appoggiarsi a intermediari culturali (...) ma tali intermediari non sono più dei gatekeeper che definiscono quali contenuti offrire e quali negare, bensì dei punti luminosi che aiutano a muoversi e a spostarsi fra significati" (Laura Solito e Carlo Sorrentino, "La condivisione comunicativa. Come le trasformazioni della sfera pubblica modificano i rapporti tra istituzioni e cittadini" in "Comunicazione pubblica digitale", 2009, AA. VV, Bonanno Editore).
Ecco, allora, che l'adesione acritica, superficiale e spesso propagandistica da parte dei rappresentanti politici e istituzionali al modello 2.0, risulta particolarmente nefasta: in questo modo, infatti, non si esercita una funzione educativa verso i cittadini che, grazie alle piattaforme digitali, accedono all'arena pubblica più facilmente ma senza la necessaria consapevolezza nell'utilizzo delle applicazioni esistenti. Non solo, così facendo, si tradiscono attese e richieste di quelle minoranze attive e consapevoli che vorrebbero sperimentare forme di civic engagement e invece si ritrovano immerse in una sterile e continua discussione, senza regole da rispettare in obiettivi da conseguire. Di qui l'auspicio che si passi rapidamente ad una fase più matura della comunicazione pubblica e politica in chiave digitale, dove non solo ci si attrezzi nella dotazione di strumenti e modelli interattivi per rispondere efficacemente ad una generica richiesta di maggiore partecipazione, ma si assegni centralità alla strutturazione dell'ascolto, tramite la costruzione di piattaforme pubbliche con regole e obiettivi trasparenti. Insomma, la qualità delle relazioni tra amministratori e amministrati non passa dal numero di amici o fan sulla pagina di facebook: l'assenza di una policy, di regole e di moderazione viene spesso venduta come una conquista di libertà assoluta ma, in realtà, nasconde il solito disegno "cambiare tutto, affinché nulla cambi". Ancora una volta, invece, bisognerebbe guardare con maggiore attenzione al modello americano, dove il grado d'interattività tra il Presidente Obama e il popolo della rete è oggi caratterizzato da un approfondimento verticale su specifici temi (dal Recovery Act alla riforma sanitaria, passando per gli Open Data), definendo in modo ragionato il campo d'interazione e fornendo feed-back continui e mirati: soltanto così si può provare ad avvicinare (realmente) istituzioni e cittadini.
Ai professionisti della comunicazione è assegnato un compito particolarmente importante: lo ha ricordato recentemente l'Arcivescovo di Milano, il Cardinal Tettamanzi, in un intervento il cui titolo è un evidente segno dei tempi ("Io scriverò su queste tavole: la Chiesa, l'annuncio, i new media"), sottolineando la responsabilità di chi è protagonista del momento sorgivo dell'atto comunicativo, nel ricondurlo il più possibile al bene, offrendo conoscenza, informazioni e strumenti. Una sfida da raccogliere per una partita ancora tutta da giocare
(articolo pubblicato sul numero di Maggio di "Ferpi Magazine" dedicato alla comunicazione con gli stakeholder 2.0)

Dopo le elezioni regionali: un'analisi sulle modalità di comunicazione utilizzate sulle fan page dei candidati presidenti.
I giorni immediatamente successivi al voto rappresentano da sempre un momento carico di emozioni e ricco di significati. Per la prima volta abbiamo potuto assistere alla "gestione" di questo momento sulla piazza virtuale di facebook: quali le reazioni di vincitori e sconfitti? Quali i messaggi e il tono utilizzati? Si è colta un'opportunità di innovazione o si è cavalcata una delle tante novità? Abbiamo provato a seguire lo "status" dei candidati nei tre giorni successivi la chiusura delle urne e a trarne qualche considerazione.
Clicca qui per scaricare l'analisi.
Il risultato delle regionali francesi, soprattutto per l’aumento delle astensioni, ha dato forza a un ragionamento che sta influenzando la comunicazione politica italiana da una quindicina d’anni. Secondo questa visione, sostenuta anche da molti nostri sondaggisti, non ci sarebbe più flusso significativo tra centrodestra e centrosinistra ma soltanto tra voto e non voto. Insomma un elettore di centrodestra o di centrosinistra può avere qualche possibilità di muoversi all’interno dello schieramento ma non tra uno schieramento e l’altro. L’alternativa vera sarebbe tra decidere di votare lo schieramento nel quale ci si è sempre identificati o decidere di non andare a votare.
L’assunzione di questo punto di vista ha avuto, e continua ad avere, conseguenze importanti nell’impostazione dei messaggi politici, nella scelta di come proporsi e di cosa dire agli elettori. Sparita l’attenzione verso l’elettore marginale e mobile, la competizione non avviene più per la conquista di chi ha votato in modo diverso. Tutta l’attenzione si concentra su come tenersi i propri, come sollecitare le appartenenze. Delle tre fasi della campagna elettorale (ovvero attivare la militanza, neutralizzare gli ostili e convincere gli indecisi) vince la prima. L’identità diviene nostalgia del passato (capacità di trattenere) e non affermazione di nuovi tratti distintivi (capacità di attrarre). Dalla costruzione di una relazione attraverso il viaggio, si passa alla dimostrazione di forza attraverso la mobilitazione di piazza. Si mostrano i muscoli. Non ci si interroga più sul perché gli altri la pensino in modo diverso o su quale possa essere il modo migliore per rappresentargli la realtà in un modo condivisibile. Ai costruttori di ponti d’oro per permettere onorevoli fughe si preferiscono gli aratri che tracciano solchi o l’edificazione di alte e inespugnabili mura.
In questo contesto si trovano a proprio agio soprattutto le proposte politiche orientate a dividere e affermare elementi di distinzione netta, non di inclusione o accoglienza. Il grido “al lupo al lupo” di Berlusconi nei confronti dei “comunisti”, speculare al berlusconismo come fine della democrazia, diventano la cifra dominante. Ma, oltre alla constatazione che questa è la condizione preferibile per la destra berlusconiana, ve ne sono almeno altre due non secondarie.
La prima è che la terapia accentua la malattia e non la contrasta: aver accolto l’ipotesi che non ci sia più spazio per competere al centro ma solo tra voto e astensioni non contrasta il fenomeno, ma, anzi, contribuisce a diffonderlo perché dà alla comunicazione politica un’ulteriore autoreferenzialità. E il fenomeno dell’astensionismo racconterà una ben più profonda crisi della politica se venissero confermati i dati relativi alle classi di età interessate al fenomeno. Pensando di mantenere i propri si allontanano tutti coloro che non si riconoscono in quella parte. La spirale accentua la sua inclinazione: perché un giovane che non ha “vissuto” un’esperienza del passato si dovrebbe sentire parte della riproposizione nostalgica di quella esperienza? Che sia l’anticomunismo o l’antifascismo poco importa, ormai. Gli si parla di ieri e nessuno si sta proponendo di fargli vivere esperienze nuove, eventi che gli permettano di cambiare i suoi pregiudizi nei confronti della autoreferenzialità della politica. Anzi quello che vede è la riproposizione delle stesse vecchie facce accompagnate da una generalizzata assenza di fair play sociale e professionale.
Secondariamente, come insegnano le elezioni francesi, un’alta astensione può anche favorire la sinistra, le astensioni sembrano colpire maggiormente lo schieramento con una minore coesione interna, anche in Italia le astensioni sono state maggiori nelle regioni dove le maggioranze erano più consolidate e non c’era competizione, ma questo porta al paradosso che stiamo vivendo. Sempre più ci sarebbe bisogno di una politica capace di parlare della gente alla gente, cioè a tutti, e sempre di più si adottano, invece, comportamenti comunicativi iniziatici pensati per la propria cerchia ristretta. Quindi le astensioni che tutti sembrano temere come sintomo di indebolimento della democrazia non danneggiano tutti allo stesso modo. Qualche partito può anche rafforzarsi.
Ma, soprattutto, a cambiare si rischia. È vero che a cambiare atteggiamento in questo contesto si rischia moltissimo, ma qualcuno che voglia provare ad affermarsi come leader dovrà trovare il coraggio di interrompere il movimento della trottola che si avviluppa su se stessa.

La sesta e la quinta settimana prima del voto rappresentano l’apice di quelle attività che materializzano buona parte di quello che la politica significa per la gente. Quello che si vive “oltre” la tv e che interagisce con l’immaginario da lei creato. A questo livello i soggetti politici si muovono con maggiore autonomia ma non sapendo bene cosa voler comunicare e come, scelgono foto e messaggi sotto l’influenza di pubblicitari più o meno all’altezza del compito.
Ormai i partiti danno poche o nessuna indicazione generale e le varie tessere compongono più un patchwork disordinato che non un mosaico dove sia riconoscibile un brand, un marchio che accomuna. Anche i simboli dei partiti sono “liquidi” e mutano in continuazione. Tutto ciò rende evidente la frattura che esiste tra la prassi politica a livello locale e la rappresentazione di sé che i maggiori attori politici danno a livello centrale. Due Italie se non tante Italie e due modi di fare politica: uno legato al territorio, ruspante ma in presa diretta, l’altro con qualche ambizione aulica, ma sempre a rischio di dipendere sempre più dalla tv e di perdere contatto con la società. In mezzo il potere della tv che ha trasformato la competizione politica in una campagna permanente con fortissime connotazioni pop.
Se non si troverà la capacità di metabolizzare a livello centrale le spinte che la società sembra imporre a livello locale la frattura potrà degenerare in schizofrenia. Le leggi elettorali e quelli che regolano la competizione devono prendere atto che tre forti spinte agiscono già da tempo nella società e che queste debbono essere governate, cioè riconosciute e in parte accettate coinvogliandole verso esiti positivi per la qualità della democrazia. Anche in Italia, la politica è sempre più centrata sui candidati, gli schieramenti si catalizzano sempre più sui leader, la dimensione personale è sempre più protagonista della competizione.
Focalizzazione sui candidati. È tutto un fiorire di volti più o meno sorridenti, con slogan dove il futuro e la storia si sprecano e si logorano. È facile rischiare il ridicolo ma è certo giusto fare sapere che si è candidati e fare associare volto e nome. Tant’altro da fare non c’è in campagne al massimo di 45 giorni. I simboli di partito contano meno dei colori che si scelgono. La fotografia e il fotografo diventano cruciali per raggiungere un livello accettabile di efficacia.
Leaderizzazione. Le forze politiche si materializzano nei leader. L’Udc solo nella prima fase ha fatto sparire il volto del suo leader Casini che poi torna a caratterizzare il partito. Bersani e Di Pietro, che pure avevano promesso di seguire un’altra strada, sembrano affidarsi alla propria persona per definire il proprio partito. Persino gli ultimi eredi nostalgici del partito con P maiuscola scrivono Vendola nel simbolo. Berlusconi è assente come volto ma ha imposto il proprio cognome nei simboli dei candidati regionali della Pdl. Anche qui regola ed eccezione: la Lega che costruisce la propria forza più dal rapporto con la dimensione locale che non dalla gestione del potere centrale.
Personalizzazione. Formigoni è l’apoteosi della leaderizzazione personalizzata e nei suoi manifesti dice di essere “uno di noi” costruendo la sua immagine come un mosaico di tessere di volti comuni. Ma anche gli altri sono persone e si rivolgono a persone: Penati, Bresso, Rossi, Zaia (che guarda altrove senza far vedere gli occhi), Errani (ripreso dal basso con inquadratura epica e un sorriso disincantato), Bonino, Polverini. D’altronde internet nella sua stagione 2.0 rilancia la “conversazione”, il legame personale. Per questo si evoca la fiducia e si umanizza il messaggio con caratteri scritti a mano. Il Pd impegnato in una campagna corporate, per la “ditta”, rende protagonisti volti di persone qualunque. Ma più che una campagna in cui si associano volti comuni a quello del leader siamo di fronte a due campagne con logiche diverse.
Leaderizzazione, personalizzazione, politica centrata sui candidati appaiono tre fenomeni ineludibili, strettamente connessi al cambiamento sociale in atto da qualche decennio. Tre domande forti e costanti, sostenute da ragioni profonde. Ma mentre la cultura “materiale”, i comportamenti quotidiani a livello locale, non possono fare a meno di adattarvisi, i protagonisti “centrali” non vogliono o riescono a darsi comportamenti e regole adeguate. Si predica in un modo e si razzola in un altro. Si impongono regole che stridono con la realtà, fatte per soddisfare le attese di un’opinione pubblica (immaginata, supposta o temuta) ma ben sapendo di non volerle e poterle rispettare. Così un velo di ipocrisia continua a coprire tutta la vicenda dei costi e dei finanziamenti.
Senza una proposta organica, di sistema, l’agire politico non acquisirà credibilità e autonomia dagli altri poteri che competono e confliggono nella nostra società. Così sarà la società (civile o incivile) a condizionare la politica e non la politica a governare i processi sociali.
Un mese e poco più alle elezioni regionali: qual è lo stato di salute del marketing politico? Mario Rodriguez affronta il tema su "Europa", analizzando fenomeni emergenti e tendenze consolidate.
Qui di seguito, invece, mi concentro sulle opportunità offerte dalle forme di relazionalità digitale che si stanno rapidamente imponendo nel nostro Paese ma che tardano ad essere colte dalla classe politica.
Appello elettorale 2.0
Accanto ai consueti strumenti di comunicazione elettorale buoni per tutte le stagioni - dal santino infilato tra le borse della spesa ai manifesti con i faccioni dei candidati e gli slogan ad effetto – è inarrestabile la corsa ai profili e alle pagine facebook, al personale cinguettìo di twitter, alla raccolta di immagini su flickr e chi ne ha più ne metta nel grande impasto della comunicazione politica duepuntozero…
Bene. Anzi, male!
Già, perché – come spesso accade nel Paese della moda - il candidato nostrano, eccitato dalla grande novità di poter usare un nuovo strumento acchiappa-voti sembra essersi dimenticato di analizzare queste presunte “armi di comunicazione di massa”, ponendosi alcuni semplici quesiti: su quale elemento originale di comunicazione si basa facebook? Da cosa dipende la crescita vertiginosa degli iscritti? Come mai la gente passa tanto tempo sui social network?
Queste tre domande hanno un’unica risposta: l’elemento originale alla base dello straordinario successo di questo fenomeno è che i social network non sono mezzi ma luoghi, veri e propri luoghi alternativi a quelli fisici che frequentiamo abitualmente, luoghi dove troviamo i nostri amici, coloro che condividono con noi un interesse, una passione…
Questa risposta può apparire scontata, banale ma, a ben guardare, da qui discendono alcune conseguenze tanto importanti quanto sottovalutate: in una rete di amici, il rapporto non può che essere alla pari, non può che basarsi sulla regola non scritta di domanda-risposta, di scambio reciproco, d’interazione costante, deve essere per forza di cose un rapporto basato sulla spontaneità e autenticità. Poche e semplici regole ma basilari per l’ingresso in questo ecosistema relazionale e digitale.
Non aderendo a questo semplice assunto e scambiando il luogo per uno strumento, è evidente che la comunicazione politica tricolore 2.0 non fa altro che riprodurre gli schemi adottati in passato: assistiamo così a profili FB che replicano fedelmente i contenuti del sito (ma allora non bastava il sito?), all’emissione e pubblicazione di comunicati stampa, annunci, dichiarazioni, slogan, proclami e promesse, alla sistematica azione di informazione da uno a molti e al totale disinteresse verso i commenti, le domande, i suggerimenti e le critiche che i molti rivolgono all’uno…
La politica italiana appare, insomma, impegnata a fare numeri, contatti, commettendo il fatale errore di pensare che questi siano strumenti a costo zero…ma le persone non sono a costo zero! Per coltivare e mantenere una relazione occorre investire tempo, attenzione e risorse…se non ci si fida dei guru 2.0 di Obama e Hillary Clinton, forse si potrebbe provare ad ascoltare le idee in proposito dei pochi e isolati precursori italiani, come Matteo Renzi e Nichi Vendola: questo, sì, è possibile farlo gratis…

La rivista della ACLI Aesse – Azione Sociale mi ha recentemente intervistato sul tema dei giovani amministratori locali (under 35) e l’uso delle nuove tecnologie.
Questi alcuni stralci del mio intervento:
Quali sono gli assi nella manica di un giovane amministratore rispetto a un collega maturo?
E’ una questione di prossimità e di capacità di vicinanza. Il giovane è più vicino alle persone perché riesce a innovare nei linguaggi, nella modalità di parlare delle cose; l’impressione è che le cose appartengano maggiormente alle persone se ad amministrare c’è una persona che parla delle strade, della sanità, dell’assistenza ma anche dell’ultimo film che ha visto o della canzonetta che ha sentito. Il giovane è più “leggero” perché con più facilità può riuscire a far diventare banale il bene, cioè può aiutare la cittadinanza a capire che anche per gli amministratori, come per tutti, comportarsi bene è una cosa ordinaria, e può farlo rispondendo e coinvolgendo le persone, facendole sentire protagoniste.
E in questo le tecnologie aiutano……
Certo, anche se in generale la Rete viene ancora considerata come elemento di propaganda, in una logica più trasmissiva che relazionale.
Come dovrebbe relazionarsi un giovane amministratore con la cittadinanza?
Se dovessi dare un consiglio direi di far vivere l’esperienza della propria presenza, di “farsi toccare”. L’hand shaking, la stretta di mano della campagna presidenziale americana, la più costosa, moderna e tecnologica, è sempre il mezzo più efficace. Proporrei, per esempio, ai giovani amministratori di aumentare molto le ore di relazione rispetto alle ore di mediazione con chi si amministra. L’utilizzo delle tecnologie può servire a de-ideologizzare la cultura politica italiana, il che secondo me è una cosa molto importante.
In che maniera? Come avviene questo salto?
La tecnologia ci permette di stabilire una relazione con i cittadini che fa in modo che l’amministrazione sembri e possa essere sempre di più al servizio del cittadino. Io non voglio un’amministrazione che realizza il concetto di città futura che ha un amministratore nella propria testa. Voglio un’amministrazione che in stretto contatto con il cittadino ne diventi partner e, ispirandosi a valori reali, trovi le soluzioni migliori dei problemi. In questo senso sono per la tecnologia che de-ideologizza perché fa dominare le soluzioni concrete, le politiche pubbliche sulle soluzioni pregiudiziali.

143 foto, 27 link a siti web, 55 partecipanti: questi sono i numeri della prima edizione di VOTANTONIO.
L’idea di questo concorso è nata dal desiderio di usare le nuove piazze virtuali per raccogliere i materiali delle campagne elettorali che hanno invaso i muri delle nostre città e gli schermi dei nostri computer. E alla fine lo scopo è stato raggiunto: lo scatolone virtuale si è riempito!
Il materiale è arrivato dal Nord, dal Centro e dal Sud: frammenti di campagne elettorali che hanno colpito l’attenzione di chi li ha inviati. Questa lunga campagna elettorale è iniziata poco prima di Pasqua con la comparsa del manifesto dell’Udc di Casini “Smettetela di litigare” corredato dal disegno di una colomba alla Picasso.

Casini è stato seguito a ruota dal candidato alla presidenza della Provincia di Milano Penati con la sua campagna incentrata sull’“Oltre” e da Matteo Renzi, candidato sindaco a Firenze, che ha fatto discutere per la scelta di puntare sulla città e sulle sue persone, tra cui un disabile, una bambina e un madonnaro.
A livello locale i “creativi” hanno dato libero sfogo alla fantasia con trovate bizzarre. Su tutto ha indiscutibilmente imperversato l’Obama-mania. E’ impossibile dimenticare la campagna per le primarie di Tamanti, candidato sindaco a Cattolica, che ha coordinato nickname (Otama) e manifesti in puro stile Obama art in salsa Pd. La mania per il presidente USA non ha confini politici e, infatti, anche nel Pdl milanese troviamo il “transgenico” Bongiovanni che sceglie un manifesto dove il viso è per metà suo e per metà di Obama.

Altra fonte d’ispirazione per i manifesti è la Lega: la lista Penati decide di rifare il classico manifesto leghista con gli indiani d’America (“Loro hanno subito l’immigrazione. Adesso vivono nelle riserve”) per attaccare il centro destra sul caso Malpensa (“Loro non avevano un aeroporto. Adesso neanche noi lombardi”). Anche il Pdl s'ispira al partito di Bossi sul tema della sicurezza con un vecchio adagio western: “Non finiremo come gli indiani … Arrivano i nostri!”. Sono in ripresa gli slogan berlusconiani. Podestà a Milano cita la celeberrima “scelta di campo”: “Anche per la Provincia fai una precisa scelta di campo”. Mentre a Reggio Emilia il candidato sindaco Filippi rispolvera l’invito a rialzarsi: “Dopo 64 anni Reggio rialzati!”.

Questa campagna elettorale ha fatto anche il pieno di calembour, ironia e doppi sensi. Ricordiamo Gigi Ponti, candidato presidente alla Provincia di Monza, che giocando sul suo cognome conia gli slogan “Siamo Ponti” e “Ponte sulla stretto di Messina? Preferiamo Ponti in Brianza”. Anche i candidati alla poltrona di sindaco a Bologna e a Padova usano il cognome per fare giochi di parole: “C’è Del Bono a Bologna” e “Meglio Covi che male accompagnati”. Non è da meno il primo messaggio del Pd sulle europee che strillava “UE!” oppure l’ammiccante “Ci è piaciuto” del presidente uscente della Provincia di Piacenza Boiardi. Da non dimenticare lo spregiudicato signor Caldone (candidato alla Provincia di Alessandria) che, fotografato insieme a un nano da giardino e ironizzando sulla sua bassa statura, chiede dal manifesto se è stato all’altezza. Si segnala anche il figlio del celebre oncologo Veronesi (candidato alla Provincia di Milano) che, da direttore d’orchestra, ha puntato, bacchetta alla mano, su FA-RE! A Sud, il candidato sindaco di Bari per il Pdl Simeone Di Cagno Abbrescia ha scommesso su “BARIgi” e “BARIcellona” per esaltare il potenziale turistico della sua città.
 
Ora che le elezioni sono passate, non intendiamo svuotare lo scatolone, che anzi speriamo venga ancora riempito da voi con chicche rimaste nascoste. Basta andare sul nostro gruppo di FaceBook!
BUON DIVERTIMENTO FINO ALLE PROSSIME ELEZIONI!
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